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Articolo di Venerdì, 03. 04 2009. | Festival del Giornalismo

Il giornalismo è al servizio dei cittadini?

di Beatrice De Pretis

Perugia - Qui si parla di temi scomodi, esordisce Marcello Foa, corrispondente de “Il Giornale”, e moderatore di questo convegno. Temi scomodi che però non allontanano la gente,anzi. La sala congressi dell’Hotel Brufani è gremita, e soprattutto è gremita di giovani. Ventenni, trentenni, con un cartellino appeso al collo per rivendicare il loro ruolo lì, un computer da mantenere carico o, per i più nostalgici, una penna ed un blocchetto. Si saranno sentiti chiamati in causa più che mai. Si dà il via alla conferenza parlando dell’attuale crisi; il primo a prendere la parola è Nicholas Jones, veterano corrispondente della BBC, che tira in ballo la sua Great Britain con i cosiddetti “scumbag millionaires”, che sono stati costretti qualche giorno fa a chiedere pubblicamente “Sorry” per la situazione economica. Rilancia Sergio Rizzo, responsabile della redazione economica del Corriere della Sera e coautore, insieme a Gian Antonio Stella, del fortunato libro-inchiesta “La casta”. Lo fa con l’immagine di un’Italia che, a suo avviso, è un Paese mediocre in tutto,anche nella crisi, e dove “Sorry” non lo dice nessuno. Ma è Antonio G. Calafati, docente di economia urbana all’ Università delle Marche, che sposta l’attenzione sui suoi studenti, futura classe dirigente. Quegli studenti che “Il Sole 24 ore”, quando se lo trovano davanti, lo lasciano lì, indenne da qualsiasi minimo tentativo di sfogliarlo. Ma non si tratta soltanto de “Il Sole 24 ore”; farebbero lo stesso con “Il Corriere della Sera”, e con “La Repubblica”. E lo farebbero legittimamente, esasperati dall’incompetenza di quei giornalisti che, senza cognizione di causa, spacciano per verosimili notizie come, ad esempio, quella che “Il Tav permetterà di conquistare il mercato dei Balcani”.Accanto a lui siede David Sassoli, vicedirettore del TG1. Freme, vuole
dimostrare che, al contrario di quanto dice Calafati, il giornale nonè bello, ma è utile. E che, quindi, in fondo, il giornalismo è al servizio dei cittadini. Certo, ci sono delle note dolenti: ad esempio l’autoreferenzialità dilagante, “di cui l’Italia morirà”, la grande contraddizione che dilania il servizio pubblico, azienda i cui investitori sono in parte privati, ed in parte rappresentati dagli ascoltatori e dal loro canone, e ancora l’età media dell’audience dei vari TG della Rai, bloccata inesorabilmente sui sessanta anni. Questo “elisir di lunga vita” che mantiene in pole position le terze generazioni riguarda, contestualmente, anche le redazioni, dove l’età media dei giornalisti supera di gran lunga i quaranta anni (venti-trenta negli altri Paesi). La situazione sembrerebbe tragica, ed i giovani del tutto isolati dal contesto in cui vivono, quasi rinchiusi in una cupola impenetrabile da qualsiasi forma di notizia. Fortunatamente, afferma Califati, non è così: i giovani si stanno auto-organizzando, sfruttando tutto quello spettro di possibili fonti di informazione che la tecnologia offre. In primis internet, con i suoi infiniti ed innegabili vantaggi, ma che diventa contestualmente anche un’arma a doppio taglio. Arma a doppio taglio che,come afferma Jones, può permettere a qualche giornalista dalla schiena “non proprio dritta” di imboccare strade meno tortuose di quanto non lo sarebbero con la carta o la Tv, al prezzo, magari, di tagliare sull’eticità.

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